Ecco cosa diamo da mangiare ai malati in ospedale : il peggio del peggio

“Quello che diamo da mangiare ai nostri malati é il peggio del peggio, ma noi vogliamo bene ai nostri malati, vogliamo che tornino.
Se noi ci ammaliamo aumenta il PIL, c’è crescita.” Franco Berrino

 

Come funziona il sistema della ristorazione nel mondo della sanità italiana?

Diciamo che sono pochi gli ospedali gli ospedali con un servizio dedicato sulla nutrizione clinica : al nord, solo il 10% degli ospedali lo ha.
Per quanto riguarda la mensa, intanto è un settore enorme : vengono serviti ogni anno circa 270 milioni di pasti, con una spesa di quasi 800 milioni di euro, e rappresenta il 31.5% della ristorazione collettiva, a pari merito con la ristorazione scolastica con il 31% e la ristorazione aziendale al 30%. Una percentuale di tutto rispetto, su circa 11 milioni di persone che mangiano quotidianamente fuori casa, una su due lo fa in una mensa e di queste la maggior parte appartengono alle categorie più “deboli”, come bambini e malati, rappresentando questi ultimi 1.73 milioni di persone.

L’incidenza della giornata alimentare (pari a 10,30 Euro nel 2016) sul costo pro-capite medio dell’intero servizio sanitario è limitato a circa l’1.2% della spesa giornaliera. E’ un dato che fa riflettere, poiché nelle Linee di Indirizzo Nazionale vi sono buoni propositi che attribuiscono alla nutrizione ospedaliera un ruolo importante come parte integrante del percorso di cura e riabilitazione, con l’obiettivo di riuscire a diminuire l’accertata malnutrizione ospedaliera e contenere i costi del ricovero.

Se il budget utilizzato per far mangiare i malati è dell’ 1%, cosa pretendiamo? La luna? No, ma d’altro canto, per quanto possa essere limitato il budget, è sempre possibile offrire delle opzioni migliori ai degenti, non trovate?

Con delle differenze poi, abbastanza strane, tra regione e regione. Differenze di cui si è occupata qualche anno fa anche l’Anac, l’Authority nazionale anticorruzione, che in un dossier ha raccolto il balletto di cifre sulla ‘spesa alimentare’ nei nosocomi delle varie regioni della penisola. Ne emerge un dato interessante: per il solo vitto dei ricoverati la sanità italiana potrebbe risparmiare 82 milioni di euro l’anno
È singolare come nosocomi anche vicini consumino i finanziamenti pubblici in modo assai diverso, e i consumi non tengano neanche conto del costo della vita sul territorio. Dunque cosa fa impennare le tariffe? Perchè nelle Marche spendo 10 euro ed in Puglia 14? A incidere sarebbero diversi fattori: se il cibo è freddo o caldo, cucinato in reparto o portato da fuori. Ma la finalità dell’indagine è svelare possibili indizi di rischio corruttivo: cioè appalti gestiti in modo non proprio trasparente e bandi scritti su misura per chi deve aggiudicarseli. O ancora appalti ‘eterni’, tutt’altro che cristallini: prorogati o riassegnati sempre allo stesso aggiudicatario per anni

 

E gli sprechi alimentari?

Negli ospedali italiani gli sprechi alimentari raggiungono livelli elevati. Lo dimostra uno studio, presentato a Expo, realizzato dalla Rete Regionale di Dietetica e Nutrizione Clinica del Piemonte. Si tratta di una ricerca unica in Italia, condotta con metodi rigorosi. Per 48 settimane una squadra di medici e dietisti ha condotto 39.545 rilevazioni esaminando nel dettaglio 8.627 pasti. Sono stati coinvolti 35 reparti fra chirurgia, geriatria e medicina, in 13 strutture sanitarie. L’obiettivo: capire quanto cibo si butta via e soprattutto perché, così da poter poi studiare dei correttivi.

Ne è emerso un quadro sconfortante: in media circa un terzo del cibo destinato agli ospedali va disperso, ma ci sono strutture in cui gli scarti sfiorano il 50%. Parliamo di milioni di euro buttati in questo modo.

Ed il problema dei costi, comunque, rappresenta poi soltanto una parte del problema!

Studi recenti confermano tassi di prevalenza di malnutrizione ospedaliera compresi tra il 20-50% dei soggetti e rilevano che lo stato nutrizionale si deteriora durante il ricovero. Percentuale che può arrivare anche fino al 85% dei pazienti istituzionalizzati  e che il il 40% dei pasti finisce nel cestino perché poco gustosi, freddi o portati in orari inadeguati. Tra le principali cause della malnutrizione è emersa la scarsa qualità del cibo.

 

Esistono anche cibi ospedalieri migliori. Questa viene dal Giappone, un pasto a base vegetale e nel foglio viene spiegato, come da protocollo, cosa c’è in ogni pasto

 

“Bisognerebbe migliorare, nel nostro Paese, la cultura dell’alimentazione negli ospedali, se ne ricaverebbero vantaggi per la salute dei pazienti e per le casse dello Stato, perché in molti casi una dieta adeguata può ridurre le giornate e i costi di ricovero. La nutrizione è ancora troppo spesso vista come qualcosa di accessorio, in molte situazioni. E questo crea problemi perché, in caso di malnutrizione, quando non si interviene si rischia anche di aumentare la mortalità”
Riccardo Caccialanza, responsabile del servizio di dietetica dell’ospedale San Matteo di Pavia

 

Vogliamo vedere in pratica cosa propongono negli ospedali italiani?

Questo piccolo riassunto viene dalla lettura di un trimestrale della ANMDO, medici ospedalieri, che si è occupato l’anno scorso di nutrizione ospedaliera, molto esaustivo qui il numero completo.

A parole, nel complessivo, non è tanto male : si parla di filiera corta, di km0 e prodotti biologici.
Sostanzialmente, l’idea è di avere delle scelte che possano permettere un vitto comune, senza particolari patologie in corso, poi chiaramente quelle ad personam da stabilire con lo staff, e 3 tipologie di menù : a basso contenuto di grassi, a basso contenuto di proteine, a basso contenuto di sale.
Poi abbiamo anche le cosidette diete speciali, come la iperproteica, quella con poche fibre, senza glutine, a consistenza modificata. Ed anche quelle rispettose delle religioni, e si parla anche di dieta vegana, che, nel 2018, viene ancora presentata come a lungo termine portatrice di carenze, ferro e B12 ad esempio.

Fa ridere che parlino di come queste guide debbano essere periodicamente aggiornate, ed invece su questo punto cadono tutti sempre in continuazione.

Prima di mostrarvi un vitto comune da un ospedale lombardo

Alcuni consigli dalla American College of Cardiology, se il menù è alla carta ad esempio :

  • Garantire un piatto a base vegetale, povero di grassi. Escludere i grassi saturi, e non offrire carni processate.

A maggior ragione, gli stessi consigli per i cardiopatici, essendo giustamente una società scientifica sulla salute del cuore : Una alimentazione salutare può giocare anche un ruolo a livello economico, in particolare per i pazienti cardiopatici. L’infarto è la causa più comune di riammissione 30 giorni dopo il termine del ricovero.

Anche l’ AMA, una delle più antiche società scientifiche statunitensi, ha riconosciuto l’importanza della nutrizione in ambito ospedaliero, addirittura battendosi a livello legislativo per Healthy food in Hospitals!

  • Cibi salutari negli ospedali, poveri di grassi e di sodio, e non offrire carni processate.

 

Sulla base di questa resolution dell’ AMA, proprio in questi giorni il Distretto di Columbia metterà al vaglio una legge per migliorare la qualità dei cibi negli ospedali, The Healthy Hospitals Amendment Act

  • Cibi salutari, opzioni a base vegetale, poveri di grassi saturi e di sale, e non offrire carni processate.

Ma che è un vizio? Tutti che sottolineano la stessa cosa : no carni processate dentro gli ospedali!

“Come in passato hanno fatto altri prima di noi con il fumo, dovremo cominciare col dare il buon esempio riducendo noi stessi il consumo di carne.” (Fiona Goodle, presidente BMJ)

Evidenze scientifiche sulla validità di una alimentazione vegetale su soggetti cardiopatici

Ma chi se ne fotte delle raccomandazioni? Noi diamo ai malati cibo che fa ammalare.

Tra i secondi, nemmeno l’ombra di un legume. E soprattutto, prosciutto cotto, crudo, hamburger.
Carni processate, can-ce-ro-ge-ne.
Cibi, se così volete chiamarli, da consumare, se proprio volete, sporadicamente quando si è in salute, figuriamoci su un letto d’ospedale! Più altra carne presente, basta con sto falso mito di bianche e rosse, e tanti latticini, che ormai sono stati tolti anche dalle ultime linee guida nutrizionali del Canada

Però, diamoli ai malati, nonostante ci sia un legame con il Parkinson, senza contare la presenza dell’ IGF1 e che il latte vaccino non sia necessario e potenzialmente dannoso per la nostra salute.
Ripeto, se sei sano e vuoi consumarli, è una tua scelta ( che condiziona, volente o nolente, altri esseri viventi). Ma non diamoli ai pazienti in ospedale. Come già fatto in questo articolo, condivido ancora questo video. Repetita iuvant?

 

Non ci bastavano i medici al terzo posto come causa di morte in occidente, e le settemila morti in Italia ogni anno per infezione ospedaliera. Cerchiamo di fare il massimo anche direttamente dentro i reparti con il cibo, che è medicina come può essere veleno. Mi auguro che un giorno gli ospedali italiani possano avere cibo di qualità e che questo aiuti il paziente a guarire davvero.

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Autore dell'articolo: GG

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