La scienza fra censure, immaturità e conflitti di interesse : a cura di Mosca Bianca

La scienza viene ritenuta comunemente l’unica vera portatrice di informazioni oggettive.

Si immagina lo scienziato che applica la sua buona fede e la sua conoscenza nell’attività di osservazione. Ci si dimentica quasi che lo stesso approccio scientifico dovrebbe diffidare dalla presunzione di avere verità assolute, mentre dovrebbe invece tenere in considerazione teorie in continua evoluzione. L’atteggiamento cauto nelle valutazioni dovrebbe essere alimentato anche dalla consapevolezza che all’interno scientifico vi sono oggettivamente conflitti d’ interesse che non si possono ignorare (con conseguenti censure, manipolazione dei dati, concessione di spazio a seconda del tornaconto), metodi di ricerca con basi poco solide, competizione e tempistiche dettate da scadenze, pressione del pensiero dominante, etc. Questo dovrebbe portare ad un approccio al dibattito basato sulla logica e sull’argomentazione tenendo sempre in conto il contesto, evitando quindi di banalizzare, di sminuire a priori il pensiero dell’altro, di attaccare la persona, di ragionare per categorie utili solamente alla divisione ed alla confusione.

Questo tuttavia accade raramente.

Queste dinamiche ovviamente non riguardano solamente il campo della scienza, ma in generale tutti i rapporti tra media, giornalismo, ricerca. Nel campo scienze sociali non è strano trovare osservazioni come queste:

Esiste sempre un discreto numero di esperti, uomini politici, funzionari, rappresentanti di categorie e di associazioni che desiderano diventare fonti stabili di mass media per influenzare in qualche maniera l’opinione pubblica o per guadagnare in notorietà e prestigio.“;

“Spesso [..] si verifica quella che viene chiamata assimilazione della fonte al giornalismo, che di fatto consiste in una perdita di indipendenza critica. Ad esempio, un esperto che tende ad andare troppo a fondo nelle questioni rischia di essere messo da parte e non più usato per il futuro. Per farsi accettare gli esperti devono piegarsi alla legge della superficialità e così tradire la loro formazione intellettuale.“;

Il fatto che i mass media forniscano una rappresentazione semplificata della realtà storico-sociale ha come conseguenza la conservazione della visione tradizionale e dello status quo“.

Riguardo il tema manipolazione dei dati possiamo ad esempio parlare del metodo “p-hacking”, che consiste nel raccogliere molte variabili cercando correlazioni che quadrino a seconda del risultato che si vuole ottenere o nascondere. Normalmente bisognerebbe verificare che i risultati evidenzino una correlazione anziché una casualità, tuttavia non sempre viene fatto e non sempre basta per evitare errori.

Non c’è nessuna gratificazione pubblica per la riconferma di ciò che già era stato scoperto. Per questo motivo la maggior parte degli studi non vengono ripetuti da altri ricercatori (“replication studies”), nonostante quando succede spesso si trovano incongruenze nei risultati. Non c’è un premio Nobel per il “fact checking”. Inoltre non è difficile capire che, proprio come in molti altri settori della società, vi siano interessi a far coincidere indirettamente i controllati con i controllori, in modo da poter bypassare tranquillamente i criteri di pubblicazione, cosa che infatti si è verificata più volte . O più semplicemente si possono fare pressioni dall’esterno in modo che la ricerca prenda una direzione piuttosto che un’altra, o che la ricerca su un determinato argomento si rallenti/blocchi (com’è successo con le sigarette nel secolo scorso).

Uno dei campi di ricerca che fa più spesso discutere è quello sull’alimentazione e sulla salute. In questi casi è molto facile creare studi, in buona o mala fede che sia, imprecisi o errati. L’FFQ (food frequency questionare) è un test dove le persone devono indicare la frequenza con ci mangiano un cibo o bevono una bevanda (in alcuni casi è richiesta anche l’esatta dimensione della porzione). Il test è standardizzato nella possibilità di risposte e si basa, oltre che sulle risposte, sulla loro precisione. Le persone ovviamente non possono ricordarsi quanto spesso mangiano il riso o in che quantità (misurandola come richiesto, magari in termini di coppette o tazze) o quanto spesso lo hanno mangiato negli ultimi 6/12 mesi. In più le persone, per la sensazione di giudizio o anche solo per auto convincimento, tendono a dare risposte che tendono alla media, almeno quando si tratta di abitudini alimentari. Aggiungiamoci pure il fatto che l’effetto che il cibo ha sulle persone dipende per alcune cose dal soggetto e dalle sue caratteristiche (per dirne due semplici, l’età ed il metabolismo).
Qual è quindi il problema?
Che questo test è un comune strumento di valutazione alimentare utilizzato in ampi studi epidemiologici su dieta e salute. Quasi ogni sostanza nutritiva a cui si può pensare è stata collegata a corrispondenti conseguenze sulla salute nella letteratura scientifica sottoposta a peer review usando strumenti come l’FFQ. La ricerca in questo caso è fallace a monte.

Nel pratico, tornando all’esempio p-hacking, possiamo fare alcuni esempi specifici interessanti: la redazione Five ThirtyEight ha pubblicato dei dati volutamente errati ma corretti dal punto di vista statistico. Elenco alcuni dei collegamenti provati dallo studio: mangiare cavoli e l’avere un ombelico concavo, mangiare patatine e l’avere un punteggio alto nel test SAT, mangiare crostacei ed essere destri, mangiare involtini ed avere un cane, usare sale da cucina ed avere avuto esperienze positive coi fornitori di servizi Internet.

Non credo serva spiegare perché per quanto corretti questi studi non abbiano senso.

Un grosso problema sta nell’impostazione del metodo e del senso della ricerca. E’ facile trovare collegamenti. Più complesso è invece trovare collegamenti rilevanti che tengano in conto i fattori del contesto e delle differenze tra le persone prese in analisi, che abbiano criteri di ricerca non fallaci o influenzati da conflitti di interesse, che distinguano tra rischio relativo e rischio assoluto (nel caso si cercasse l’incidenza di un cibo su una malattia), che non vengano riportati (come molto spesso accade) come molto più importanti di quanto in realtà sono.. che sappiano insomma spiegare il significato dei risultati. Il problema sta quindi anche nel sottovalutare la difficoltà che c’è dietro una ricerca che da effettivamente informazioni utili. C’è infatti chi ha spiegato che la maggior parte delle ricerche pubblicate hanno fondamenta false

Un’altra problematica sta nell’attitudine di chi riceve le informazioni, cosa che non dipende unicamente dalle persone ma anche da chi “gestisce” il campo dell’informazione e della ricerca. C’è un bisogno di trovare ricerche che rassicurino riguardo il proprio stile di vita piuttosto che la voglia di controllare i parametri di uno studio, i suoi finanziatori, per poi confrontare varie fonti e cercare di farsi un’opinione. Si preferisce pensare che “se non sei un medico non puoi parlare” e che ci si debba quindi accontentare delle voci che vengono definite come le più autorevoli nell’ambiente scientifico. Non c’è bisogno di spiegare perché basarsi semplicemente sulla fonte piuttosto che sulla rilevanza di ogni singolo argomento sia enormemente fuorviante. E’difficile vedere un approccio scettico in generale.. c’è una ragione per cui i media e il pubblico divorano buona parte degli studi, ed è la stessa ragione per cui i ricercatori spendono miliardi di dollari per farli.

Sarebbe anche bello se riuscissimo a chiederci perché i problemi/fenomeni analizzati da uno studio hanno avuto origine, (dato che molto spesso la scienza si occupa unicamente dei sintomi e non delle cause), o a chiederci che tipo di conoscenza possiamo ottenere con una prospettiva calcolatrice che analizza tutto come materiale biologico da studiare. Questo però è un altro argomento.

Mosca Bianca

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Autore dell'articolo: GG

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