I problemi della sanità italiana : una storia vera.

“Il protocollo è più una garanzia per i medici, che li salva da eventuali denunce, non certo per il paziente che sta male. Non si fa prevenzione, i medici non si aggiornano, e la cosa peggiore è che sono presuntuosi. Ad un certo punto, la medicina convenzionale alza le mani e ti abbandona.”

 

E cosa posso dire di fronte ad uno sfogo del genere? Che è un pensiero sbagliato, frettoloso, complottista?
Abbiamo parlato poco tempo fa di prevenzione ed alimentazione, con un budget ridicolo che viene destinato alla nutrizione in ospedale, così come la spesa annuale sulla prevenzione in Italia è inferiore al 10% del totale.
Conosciamo bene la natura del protocollo : nella maggior parte dei casi è scritto da esperti a carico del sistema medico industriale, ed alla fine il medico crede di seguire qualcosa che davvero funziona. Senza contare che ormai, con la nuova legge Gelli, il medico è tenuto a rispettare fedelmente il protocollo per evitare problemi legali. Sulla presunzione dei camici bianchi, direi che siamo tutti al corrente di questo problema. Un medico della storia di cui stiamo per parlare disse ” chi prescrive la cannabis per trattare i tumori è un furfante, e non mi abbasso a vedere conferenze (con medici eh) che parlano di questi argomenti”. Si, al momento non abbiamo evidenze forti, ma quelle finora disponibili chiariscono un ruolo anti tumorale della cannabis, quindi perchè no?
Mi secca dover pure specificare che ovviamente non sono tutti così.

Viviamo nell’epoca della medicina difensiva

Raccontiamo una storia, grazie alla testimonianza di una amica che ci ha scritto dalla Sicilia, e della situazione insostenibile che sta vivendo negli ultimi tempi. Tutti quei problemi che abbiamo analizzato in queste poche righe, li ripercorreremo passo dopo passo.

” Nel 2016 a mia madre è stato diagnosticato un melanoma. Da quel momento, subito al via con i trattamenti convenzionali : è stato rimosso il neo ed anche i linfonodi dell’inguine, nonostante i medici successivamente mi avessero detto che erano sani. Che succede l’anno dopo? Arrivano le metastasi al fegato ed al polmone.”

Purtroppo, le recidive e le metastasi possono presentarsi dopo la rimozione di un neo. Vediamo poi come i protocolli portino a fare azioni talvolta precipitose. Quasi in contemporanea, una visita a due medici che portano esperienze totalmente diverse!

” In quel momento, ho cercato altre vie, altri modi per poter trattare mia madre. La cosa brutta è essere stata lasciata sola dalla mia famiglia, che non ha mai creduto ad una mia parola. Riesco a contattare un medico, il quale pratica su mia madre alcune sessioni di reiki, perchè credeva che le terapie integrate potessero dare un beneficio, ed in effetti lei ne trae giovamento. In più, mi dice chiaramente che l’immunoterapia è la cugina della chemio, una sorta di rebranding necessario dopo tutto quello che si sa sulla chemioterapia. Segue poi una cura sperimentale in un’altra regione, di cui io non so niente perchè anche mia madre non era molto contenta della mia contrarietà a questa situazione.”

Non è mai facile andare sullo sterrato, per di più senza il sostegno delle persone a te più vicine. Almeno è interessante sapere che i medici sanno cosa sia la chemio, e soprattutto che ci siano professionisti che riconoscono il valore di terapie non convenzionali.

“A Palermo, io e mia madre andiamo in visita da un oncologo, che ci propone la immunoterapia. Lei, chiede quali siano gli effetti collaterali. Lui, letteralmente, dice “niente di che, tutto superabile”. Allora l’ho incalzato, perchè non è mica una risposta da dare! E mi dice che, in caso di effetti collaterali, avrebbero dato un altro farmaco per contrastarli. Ho voluto poi chiedere delucidazioni sulla alimentazione, che è fondamentale in campo oncologico. Sai cosa mi ha risposto? Ah, è arrivata la talebana! Secondo te a chi ha un tumore all’intestino, io dico di smettere di mangiare carne? Quelli sono morti che camminano.

Beh, da almeno 10 anni si sa che studiare medicina allontana dall’ empatia, però certo non sono queste parole che si addicono ad un medico. Prima minimizza gli effetti collaterali, poi definisce morti che camminano i pazienti cancerosi. Senza considerare l’atteggiamento sarcastico alle domande sulla alimentazione. Tra l’altro, un giorno, discutendo con il medico di base, queste sono state le sue parole : “mi sarebbe piaciuto diventare nutrizionista oncologico, ma se lo avessi fatto non avrei lavorato.” E che si deve dire di più? Tutto qui è.
Doveva tentare qualcosa, anche soltanto per farla stare leggermente meglio. E ricerca dopo ricerca, arriviamo alla cannabis.

 

Sempre più evidenze suggeriscono come la cannabis abbia un effetto antitumorale, e sicuramente sia un farmaco da tenere in grandissima considerazione, per via della quasi mancanza di pericoli, nella terapia del dolore.
Circa 9 milioni di italiani sono colpiti da dolore cronico, e quasi il 60% di questi non è soddisfatto delle terapie messe a disposizione. Perchè non provare la cannabis?

 

” Non sai cosa ho dovuto passare prima di arrivare a poter dare a mia madre la cannabis per aiutarla a stare meglio e contrastare il dolore che la attanaglia. Praticamente nessun medico che ho contattato me la voleva prescrivere, adducendo scuse una dopo l’altra : non sei mia assistita, non faccio sgarbo ai miei colleghi, sta già prendendo l’ossicodone..”

Eh si, perchè questa signora per il dolore prende ossicodone, e per finire in overdose e morire d’arresto respiratorio è un attimo. Piuttosto che lavorare ad una terapia di dismissione, ed accompagnare l’ingresso della cannabis, io non te la prescrivo.

“Dopo tante ricerche, ho scovato un medico in Liguria che prescriveva cannabis. Mi ha consigliato un medico in Sicilia, con cui mi sono messa in contatto. Dal giorno in cui ci siamo sentiti per la prima volta, dopo 5 giorni a casa mia era arrivata la terapia. Se avessi aspettato i loro tempi, mia madre non avrebbe mai potuto provare questa nuova strada.”

La nota dolente? Il prezzo.
Per una terapia di circa 2 mesi, in base alle risposte della paziente si va dai 40 ai 70 giorni, il prezzo è superiore ai 400 euro.

Non a caso, proprio in questi giorni in Sicilia si sta parlando di un tavolo tecnico con un disegno di legge per coltivare cannabis terapeutica nell’isola, speriamo che non sia soltanto un fuoco di paglia!
Perchè in questo modo non è una terapia accessibile a tutti, aggiungiamo poi che quella prodotta a Firenze non è sufficiente per tutti ed è di qualità inferiore rispetto a quella importata dai Paesi Bassi, e la frittata è pronta.

 

 

Rimanendo sui costi, è giusto fare anche una riflessione dall’altro lato. Quanto risparmierebbe, in termini economici e non solo, il Sistema Sanitario se si affidasse più alla cannabis e meno agli oppiacei? Due milioni di dosi in meno all’anno, vuol dire risparmio per l’ospedale, e vita in più per il paziente.  Serve altro?

 

” Adesso mia madre sta molto meglio, abbiamo tolto l’ossicodone, finalmente riesce a dormire più serenamente. Il medico che prima mi aveva detto di no sulla prescrizione, improvvisamente si è mostrato disponibile! Sai come? Ha chiesto ad un collega se avesse avuto problemi nel prescriverla! Insomma, conta più il protocollo che la salute. Quando poi sento che gli oncologi più volte ripetono “questi sono morti che camminano“, si capisce come per via di questi protocolli, ad un certo punto, per alcune persone non c’è più niente da fare. Almeno secondo loro”

 

Insomma, il problema della medicina difensiva è reale, ed è difficile da estirpare. Quanto ha sofferto poi questa figlia che voleva soltanto aiutare sua madre a stare meglio? Quanto vale il detto “primum non nocere? La cosa che più mi ha stupito di tutta questa situazione, di cui non ho ancora parlato, è l’atteggiamento, da un lato rassegnato e dall’altro simbolo e sintomo di ignoranza, con cui i medici hanno spesso liquidato questa ragazza in cerca di risposte. ” Eh, ma i pazienti vengono qui che vogliono la chemio e noi gliela diamo”.

Ma che gran risposta di minchia è?

Si denota poca umanità, ammesso che questa parola voglia dire qualcosa, e incapacità di cambiare e voler migliorare le cose. Purtroppo, anche tra i medici, c’è l’atteggiamento de “aspettiamo il Salvatore” che dall’alto porterà migliorie e ci farà lavorare meglio. Se non sono in primis i medici a sconsigliare, almeno nella stragrande maggioranza delle situazioni, la chemio, e di conseguenza proporre alternative meno pericolose, quando inizierà a cambiare la percezione delle persone in merito a questo argomento?
Non sarebbe un problema, come spesso ripetiamo, la medicina ha già commesso gravi errori ed è poi ripartita, certo che fermarsi quando questo implicherebbe la distruzione di un ingranaggio che va avanti da tempo a suon di bilioni… non è una barzelletta.
Non credo che però si arriverà ad una soluzione standardizzata, quindi che vada bene al protocollo, quando si parla di cannabis. Ancora le ricerche sono agli inizi, ed ogni persona risponde diversamente ai trattamenti.
La strada è più in salita di quanto si creda da questo punto di vista.


Spezzo però una lancia a favore di questi medici, che spesso sono semplicemente spaventati dalla reale possibilità di venire radiati e perdere il lavoro quindi il sostentamento. Non a caso, un oncologo disse a questa ragazza, dopo aver sparato quella sentenza, “noi abbiamo una pistola puntata alla tempia e dobbiamo stare attenti“, mentre un altro le disse ” l’ordine ha ammonito i suoi iscritti nel non prescrivere sostanze al di fuori dei protocolli, e nei guai non ci voglio finire” . Magari potrebbe anche venire una riflessione sulla necessità degli ordini professionali? Lavorare con una pressione del genere? I pazienti che al minimo sbaglio sono pronti a farti causa, e dall’altro lato l’ordine dei medici che controlla attentamente ogni tua mossa? Ci credo che non è una situazione facile. Avete tutta la comprensione di questo mondo, ma le cose non si cambiano nascondendosi nell’ombra.

Parole al vento? Chissà .

 

 

 

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Autore dell'articolo: GG

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