Biopolitica del Covid-19 : Antropologia di uno stato d’eccezione

𝐁𝐢𝐨𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜a 𝐝𝐞𝐥 𝐂𝐨𝐯𝐢𝐝𝟏𝟗 : 𝐀𝐧𝐭𝐫𝐨𝐩𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐮𝐧𝐨 𝐒𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐝𝐄𝐜𝐜𝐞𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞

 

«La Tecnica può liberare l’uomo dalla morte, ma l’immortalità raggiunta è minacciata dalla possibilità del suo annientamento.»
(Severino, 1992: 55)

Mi chiedo quanto la già compromessa spontaneità nelle relazioni sociali sarà ulteriormente colpita dalla crisi isterica indotta dall’emergenza covid-19. Ma per quanto in questo periodo di neonata caccia alle streghe, nella forma di “untori” della malattia, si sia rinnovato anche uno spirito inquisitorio nei confronti di ogni pensiero anche solo vagamente percepito come difforme, sento comunque il dovere di fare alcune riflessioni circa la questione sociale scatenata da questa pandemia, nella speranza, seppur vana, che queste non vengano clamorosamente fraintese attirandomi le minacciose accuse di anti-tutto che già prevedo.

Facciamo una doverosa premessa: questo articolo vuole essere una riflessione antropologica sul problema del coronavirus. Non voglio qui infierire sul sacrificio che stanno facendo gli operatori sanitari per gestire questa situazione, né parlare di cose di cui non ho competenza, come la reale natura di questo nuovo patogeno. Ciò che mi interessa è l’aspetto sociale, nell’ambito di quella che è la moderna sociologia della salute (Vicarelli, 2013).

Bisogna cercare di guardare con relativa freddezza a quanto sta accadendo, senza lasciarsi prendere dal panico di una crisi che appare amplificata da una mancanza di riflessione da parte di chi la vive. Siamo fin troppo abituati ad affidarci ad un’idea di esperto onnisciente, pratichiamo l’ipse dixit acritico fino alla follia, e sebbene io non auspichi una rivoluzione o delle rivolte popolari che ritengo comunque discutibili su alcuni punti, vorrei comunque evitare che alla fine di questa crisi il mutamento antropologico che abbiamo subito sia tale e talmente radicato da aver trasformato le persone, forgiate dal terrore, in automi diffidenti.

È il versante delle relazioni sociali che dunque mi preoccupa. Già da tempo stavamo pericolosamente andando verso una spersonalizzazione dei soggetti, una spaventosa ritrosia delle emozioni accompagnata, al contempo, da uno stravolgimento della visione del corpo, non più tempio ed epicentro della propria soggettività (Galimberti, 2013), da tutelare e donare con cura, ma una merce da esporre, vendere e adesso anche difendere dal pericoloso “altro”.

L’altro sembra diventato il centro di ogni timore. Premesso che sembra che le altre malattie siano sparite dal panorama mondiale, il coronavirus ha assunto in sé la funzione simbolica di ogni male infettivo. Il contatto è diventato sinonimo di pericolo. La gente è in piena crisi isterica. Cambia strada se ti incrocia quando vai a fare la spesa, ti guarda male se non porti la mascherina, non vuole più toccarti. Ma quello che mi chiedo io è: quando sarà finita questa crisi riusciremo a non vedere l’altro come un untore, un pericolo per la nostra salute? Ma davvero dobbiamo trattare questo virus come la nuova peste bubbonica o stiamo un tantino esagerando?

Già prima non brillavamo in quanto a capacità di esprimere le emozioni e la soggettività. Il corpo, spersonalizzato della soggettività era diventato un oggetto da vendere e mostrare come un prodotto. I social network sembravano diventati vetrine dove l’esposizione delle carni invocava un giudizio: “mostra la mercanzia”, ma nulla di tutto questo corrispondeva ad un’emotività reale. Il contatto dei corpi, quando si verificava, era sempre un rapido abbaglio finalizzato all’ottenimento di un piacere immediatamente fruibile. Non c’è più poesia del tocco, e meno ce ne sarà adesso che questo virus ha instillato nelle menti deboli il terrore del “contagio”. Siamo così egoisti che veramente pensiamo di doverci “tutelare” dal pericolo di un’infezione al punto da protrarre in futuro questo terrore del tocco?

Alcuni amici mi dicono che sto esagerando, che sono troppo catastrofista e che dopo tutto tornerà alla “normalità”. Ma io non mi illudo che un trauma simile possa essere digerito facilmente da una società spaventata ed ignorante come quella del mondo globalizzato ed occidentalizzato. Il problema non è infatti italiano: tutti pagheranno le conseguenze di questa ritrazione della propria sfera personale.

Dopo questa crisi, avremo ancora il coraggio di aprirci verso l’altro sconosciuto? E parlo di un’apertura sincera, un volontario abbassamento delle difese personali, un accogliere il tocco, l’abbraccio e la carezza dell’alterità sconosciuta per renderla conosciuta in noi.

Della vita non si considera più la sfera del soggettivo, dell’emotivo. Dal punto di vista della fenomenologia siamo stati ridotti a puro Körper-Ding: organismo biologico. Invece il Leib, l’essere vivo in quanto Anima, non conta più. Mi chiedo cosa avrebbero da dire al riguardo personaggi come James Hillman di un’epidemia che è anche una crisi dell’Animo umano. Stiamo attenti a sottovalutare i cambiamenti sociali in momenti di crisi, e non illudiamoci che questi non apportino mutamenti significativi nella sfera del quotidiano. Il mutamento antropologico è già avvenuto.

Un altro problema adesso è chiederci come e soprattutto perché l’adozione di misure simili, che non sono universali (molti paesi hanno adottato una forma ridotta di lockdown permettendo comunque alla gente di uscire più spesso senza vivere la soffocante reclusione nelle proprie case e nella solitudine totale), e che hanno evidenti esiti anche nella sfera politica, economica e sociale. Ripetiamo che queste riflessioni non vogliono essere di carattere epidemiologico, ma è anche vero che non possiamo esimerci dal considerare che le decisioni politiche non possono testardamente affrontare un solo aspetto del problema, rifiutandosi di considerare anche le conseguenze sul versante umano che simili azioni hanno. Non bisogna escludere infatti che la biopolitica, intesa come potere che si impone sul bíos, sulla vita dei singoli, possa trarre vantaggio da questa crisi.

 

«Ci sono state in passato epidemie più gravi, ma nessuno aveva mai pensato a dichiarare per questo uno stato di emergenza come quello attuale, che ci impedisce perfino di muoverci. Gli uomini si sono così abituati a vivere in condizioni di crisi perenne e di perenne emergenza che non sembrano accorgersi che la loro vita è stata ridotta a una condizione puramente biologica e ha perso ogni dimensione non solo sociale e politica, ma persino umana e affettiva. Una società che vive in un perenne stato di emergenza non può essere una società libera. Noi di fatto viviamo in una società che ha sacrificato la libertà alle cosiddette “ragioni di sicurezza” e si è condannata per questo a vivere in un perenne stato di paura e di insicurezza.»

(Agamben, 17/03/2020)

 

È notizia recente che Viktor Orbán, con la scusa dell’emergenza epidemica, ha creato quello che a tutti gli effetti è uno stato d’eccezione, la sospensione a tempo indeterminato delle norme in favore di un accentramento dei poteri e di una conseguente rimozione dei diritti personali. Ha de facto sospeso il Parlamento, le elezioni e richiesto il carcere per chiunque diffonda “notizie false”, avendo come scusa ovviamente quella dell’epidemia, ma non è difficile intuire che questo escamotage sarà utilizzato per tutt’altre ragioni. Da poco anche la Slovenia ha seguito il suo esempio. Se a noi, che ci consideriamo arrogantemente più civili, sembra che un colpo di mano simile sia ben distante da ciò che la “democratica Europa” può accettare allora ci sbagliamo. Anziché vivere in un sogno dovremmo renderci conto che, seppur in forme diverse e fatte passare come decisamente più accettabili e digeribili, siamo giunti alla stessa soluzione: una sospensione delle norme in favore di un accentramento del biopotere.

Non è una dittatura, ne vuole esserlo di nome, ma ciò non rende queste misure diverse da ciò che effettivamente sono: biopolitica allo stato puro.

 

 

Prima di tutto: Che cos’è una Norma e cosa significa sospenderla

 

Da una parte c’è il conformismo acritico di chi crede che questo sia il migliore dei mondi possibili, che gli esperti siano tutti affidabili e valga la pena delegare a loro decisioni sulla propria salute e sulla propria libertà senza avere il coraggio di studiare autonomamente per decidere, e dall’altro lato c’è il genio di chi vede oltre la coltre di un’isteria collettiva.

Essendo un antropologo (per giunta della salute mentale), incapace di star fermo a guardare le masse che si dimenano in preda all’isteria senza farmi qualche domanda, ho iniziato ad osservare con grande interesse le reazioni dei singoli a questa nuova pandemia. Così, da quando è incominciata questa isteria collettiva da covid-19 ho incominciato a raccogliere mie riflessioni sul tema, che qui riassumo.

Le regole sono frutto di un arbitrio sociale, ma nell’istituzione delle norme sta la prassi del vivere comune. In Antropologia è fondamentale riconoscere che non esiste alcuna norma data-da-sé. La normalità non è insista in nulla se non nella convenzione. Ciò implica dunque che essa possa essere revocata dal potere che prima la sosteneva. Uno stato d’eccezione si configura come soggetto politico che deve avere e pretendere per sé il controllo totale di ogni ambito della società.

Nel saggio Mondo Sacro (Divino, 2019) è stato posto in risalto il carattere convenzionale ed arbitrario della norma, in riferimento anche ad un precedente studio antropologico collegato proprio al problema della norma e dell’anomia. Questa distinzione ancestrale, frutto di un dualismo cognitivo originario, si sviluppa e si declina in tutti i contesti del vivere umano: dal religioso puro/impuro che porta al profano/sacro fino ad arrivare al concetto medico di sano/malato o a quello sociale e psichiatrico di normale/anormale. Tali dualismi non sono dati in natura ma sono, come l’antropologia ha ben dimostrato, frutto di un arbitrio. La norma, a sua volta, regola da accettare in quanto opposta all’anomia, all’anomalo, a ciò che non deve esser fatto, è lo strumento attraverso il quale le società organizzano la propria struttura. Con il progressivo sviluppo delle società, l’istituto della norma viene preso in mano dal potere politico, che diviene in grado di emanare e di cancellare le norme, diventando di fatto il gestore simbolico delle regole di una comunità. È quasi divino il potere che la politica ha di decidere ciò che può e non può essere fatto, ciò che è totem e ciò che è tabù, ciò che è normale, accettabile in una società, e ciò che è anormale, illegale, inaccettabile per l’istituto sociale.

Fin qui nulla di male, almeno finché si è consapevoli delle convenzioni si può accettare che esse, proprio in quanto arbitrarie, possano incorrere nella necessità di essere di volta in volta ridefinite, avvicinandosi sempre di più ad un modello ideale di società in cui le norme sono sempre e solo a tutela dei soggetti. Ma è davvero lì che stiamo andando? Grandi pensatori e accademici, dalla filosofia alla sociologia fino all’antropologia, studiando l’istituto della norma, sia in campo civile che in ambiti più specialistici, dove primeggia la tecnica medica che ha fatto del binomio norma/anomia : salute/malattia il centro di tutta la sua sapienza (Crudo, 2004), hanno avuto modo di criticare aspramente il modo in cui il potere politico ha gestito l’istituto della norma.

Visti i recenti sviluppi causati dalla pandemia da covid-19, mi è sembrato opportuno ripescare alcune considerazioni di Michel Foucault, l’archeologo del pensiero che si è occupato tanto di politica quanto di medicina, e che più di chiunque altro ha saputo delineare una storia del pensiero medico e sociale intorno ad argomenti che oggi sono estremamente attuali. Cosa possiamo dire dunque, da un punto di vista antropologico, circa questa situazione?

 

La sospensione dei diritti: lo stato d’eccezione

 

Un grande filosofo italiano, formatosi sul pensiero di Foucault e riconosciuto a livello internazionale come uno dei pensatori più brillanti dell’era moderna è proprio Giorgio Agamben. Durante questa isteria di massa da coronavirus ha mantenuto la lucidità meglio di chiunque altro, riconoscendo un evidente colpo di mano di stampo biopolitico. Ha pubblicato in particolare tre articoli che meritano la nostra attenzione, e che qui commenteremo: L’invenzione di un’epidemia (26 febbraio 2020), Contagio (11 marzo 2020) ed infine Chiarimenti (17 marzo 2020). Queste libere espressioni sono state duramente contestate da parte di giornalisti che non hanno mai letto (o se l’hanno fatto non l’hanno capita) nemmeno una riga scritta da Michel Foucault o di altri grandi pensatori, e che pertanto si sono limitati a contestare Agamben in quanto anticonformista che non partecipa festosamente alla sospensione dei diritti umani, ed osa chiedersi se tali misure siano effettivamente giustificate da un pericolo tanto devastante.

 

“I media e le autorità si adoperano per diffondere un clima di panico, provocando un vero e proprio stato di eccezione, con gravi limitazioni dei movimenti e una sospensione del normale funzionamento delle condizioni di vita e di lavoro in intere regioni.”

(Agamben, 26/02/2020)

Per il CNR come anche per l’ISS la patogenicità non è mortale di per sé e bisogna distinguere i morti da coronavirus dai morti con il coronavirus. Nel primo caso, ossia dove il patogeno può essere imputato come unico responsabile del decesso, sembra essere affetta solo un numero esiguo di persone, mentre sono molti i decessi in cui i malati avevano già patologie pregresse ed un sistema immunitario fortemente indebolito, il che non ci consente dunque di imputare al solo coronavirus la morte. Chiaramente, dopo anni di devastazione del sistema sanitario, assistiamo ad una saturazione nei confronti di quella che è una malattia nuova, seppure non micidiale di per sé, e questo non aiuta a contenere la crescente isteria di massa. È un virus nuovo, gli ospedali sono pieni, ma la gente muore di coronavirus, o questa è solo la percezione che abbiamo?

Non esiste alcun criterio sensato per chiudere un paese a fronte di tutelarlo da una pandemia da coronavirus, riconosciuto dallo stesso CNR come non mortale in sé, ma piuttosto, come qualsiasi altra influenza da coronavirus (compreso il raffreddore per antonomasia), fattore che può aggravare e peggiorare situazioni di già evidente patologicità, salute cagionevole o predisposizione. Non si muore per il coronavirus ma con il coronavirus. Il solo contagio non basta ad un individuo sano per soffrire dell’affezione in modo mortale. Se questa ipotesi è corretta, sarebbero altre condizioni, già predisposte come gravi, che vengono peggiorate dal virus. Fatta questa premessa dallo stesso CNR, ci si chiede se sia comunque sensato chiudere 60 milioni di persone in casa, senza luce del sole, senza ricambio d’aria o scambi con altri umani che manterrebbero attivo il sistema immunitario.

No, non ha senso perché se è vero come sostengono in molti (le opinioni degli esperti, tanto per cambiare, divergono anche in questo caso e dunque ci andiamo coi piedi di piombo ma non ci affidiamo fideisticamente nemmeno ad una versione piuttosto che ad un’altra per quanto possa essere ufficializzata o screditata) che il virus potrebbe essersi già diffuso in metà della popolazione, tali misure restrittive avrebbero poco senso, ma oltretutto sembrerebbe trattarsi di un virus che una volta sconfitto non dà immunità, rendendo anche futile qualsiasi ipotesi di vaccino, il cui principio di immunizzazione sarebbe inutile in questo caso. Il virus muta in fretta, più in fretta di quanto si possa stargli dietro con un farmaco. Del resto, anche la banale influenza è diversa ogni anno, e infatti ancora mi chiedo che senso abbia vaccinarsi per l’influenza dell’anno prima, quando ogni anno se ne presenta una forma diversa. Misteri del business farmaceutico. D’altronde non bisogna nemmeno farsi certe domande: questo è il migliore dei mondi possibili, in cui il denaro non corrompe le buone intenzioni degli umani, che assolutamente fanno tutti il loro lavoro seguendo principi morali retti e giusti, disinteressandosi totalmente dell’aspetto economico.

 

Tralasciando questo aspetto, Agamben aggiunge alle sue riflessioni:

 

“Si direbbe che esaurito il terrorismo come causa di provvedimenti d’eccezione, l’invenzione di un’epidemia possa offrire il pretesto ideale per ampliarli oltre ogni limite.”

(Agamben, 26/02/2020)

 

Ma di cosa sta parlando questo pazzo? D’altronde, le discipline umanistiche sono inutili, di scarso valore pratico, dunque il popolino, del tutto a digiuno da filosofia, antropologia, sociologia e storia, comprese le loro applicazioni a questioni legate il diritto, la salute e la cognizione (ancora oggi quando parlo di Antropologia medica mi guardano strano), non può sapere che già negli anni ‘70 uno dei più eminenti geni della storia dell’umanità, Michel Foucault, aveva ridefinito il concetto di Biopolitica: l’esercizio, da parte del potere politico, di restrizioni sul bíos, ossia la sfera della vita. Avere il controllo delle scelte sulla salute significa gestire il potere più diretto sul “corpo” (inteso in senso fenomenologico) degli individui. Il controllo della salute è controllo del corpo, dunque è pieno potere politico.

Foucault riteneva la biopolitica la forma di controllo più forte e capillare che poteva manifestarsi nel mondo moderno: “al vecchio diritto di far morire o di lasciar vivere si è sostituito un potere di far vivere o di respingere nella morte” (Foucault, 1978), e la morte è in questo senso, il terrore che l’individuo ha di andare verso il nulla, indebolito dall’ideologia nichilista nata in Occidente e resa globale nel mondo moderno, per cui le cose vanno verso il nulla. Severino insegnava che il nichilismo “è il dio ignoto e supremamente potente della civiltà occidentale” (Severino, 1972: 157), e noi oggi siamo in pieno nichilismo: andiamo verso il nulla.

Ma non dobbiamo disperare: poiché esiste un rimedio che metterà anche fine alla morte, e questo rimedio, nato proprio in Occidente, è la tecnica. La tecnica è considerata come ciò che non vuole annullare nulla; l’antidoto supremo contro lo spettro che ha sempre terrorizzato l’Occidente. Tuttavia, un piccolo dettaglio viene dimenticato: la tecnica stessa è nata e può esistere come pensiero funzionale, solo grazie alla convivenza con l’idea, seppur angosciante, di Nulla. La tecnica, quindi, nata “dal nulla”, non può e non sarà mai l’antidoto al nulla, poiché si distruggerebbe da sola. Non possiamo trovare l’antidoto al Nulla, perché anche questo deve essere il nemico della tecnica.

 

Affermare il biopotere

 

Non credo nel dilettantismo della politica, e non credo che gli esperti medici ed economisti ai quali i politici si rivolgono siano così scemi da non sapere che chiudere un intero paese non produce alcun effetto. Non ci stiamo difendendo dalla yersinia pestis ma da un coronavirus. Non serve mettere le mascherine perché ce ne passano a plotoni negli spazi della stoffa con cui sono fatte le mascherine normali, e comunque i virus entrano anche dagli occhi. Non ha senso mettere i guanti e soffocare il microbiota dell’epidermide o sterminarlo con quintali di amuchina consumata in modo ossessivo-compulsivo. Non ha senso bloccare ogni attività e rinchiudere la gente a deprimersi, anche immunologicamente, nelle proprie case, causando tra l’altro una delle più gravi crisi economiche degli ultimi anni.

A meno che il senso non sia provocare uno stato d’eccezione. Infrangere la norma istituisce uno Ausnahmezustand, lo stato dove le regole e le libertà individuali sono sospese in favore del legislatore, che raduna a sé tutti i poteri e si assume il diritto di travalicare le libertà individuali. Il Maestro Agamben scrive:

 

“Due fattori possono concorrere a spiegare un comportamento così sproporzionato. Innanzitutto si manifesta ancora una volta la tendenza crescente a usare lo stato di eccezione come paradigma normale di governo. Il decreto-legge subito approvato dal governo «per ragioni di igiene e di sicurezza pubblica» si risolve infatti in una vera e propria militarizzazione «dei comuni e delle aree nei quali risulta positiva almeno una persona per la quale non si conosce la fonte di trasmissione o comunque nei quali vi è un caso non riconducibile ad una persona proveniente da un’area già interessata dal contagio di virus». Una formula così vaga e indeterminata permetterà di estendere rapidamente lo stato di eccezione in tutte le regioni, poiché è quasi impossibile che degli altri casi non si si verifichino altrove.”

(Giorgio Agamben, 26/02/2020)

 

La causa sembra buona, e che la gente accetti una privazione delle libertà personali a fronte di una crisi non giustificata è ridicolo, come è ridicolo l’assalto ai supermercati e l’isteria di massa, ma ovviamente nessuno ha letto Foucault.

I medici ovviamente, avendo perso la loro soggettività come individui a seguito della tecnicizzazione della loro disciplina (Vicarelli, 2013), non possono che omologarsi all’apparato tecno-burocratico che li dirige, e dunque ciò che prima sarebbe stato ridicolizzato in quanto incoerente con i loro studi, oggi viene osannato come l’unica cosa possibile da fare. E l’incoerenza non viene neanche percepita. Gli esperti intervistati su ogni media possibile ed immaginabile improvvisamente non concordano più su nulla. Non si rendono conto nemmeno loro che prima sostenevano (o addirittura insegnavano) com’era giusto che fosse, che un vaccino contro un virus dalla così mutevole natura genetica non avrebbe alcun senso, perché adesso la vulgata è che c’è bisogno dell’onnipotente pharmakós. Chiaramente il male non è nel medicinale in sé, ma nell’uso ed abuso che la nostra società ne ha fatto, fino a sviluppare un’assuefazione per l’idea stessa del farmaco, reificato cognitivamente, sublimato nell’inconscio collettivo come soluzione definitiva a tutti i mali, e ci spaventiamo quando invece si prefigura la possibilità che questo possa essere inefficace: ossia, nel nostro caso, quando si avanzano seri dubbi che un vaccino contro un virus che muta a questa velocità, e che dunque non dà immunità, possa avere un qualche valore. Non sembra essersi trovato un accordo sulla questione dunque. I medici dal canto loro sono stremati da una sanità distrutta che non riesce più a contenere l’emergenza, mentre gli esperti che non sono impegnati a salvare vite starnazzano opinioni contraddittorie ogni giorno.

Lo stesso Burioni, verso cui personalmente non nutro alcuna fiducia, aveva dichiarato il 2 Febbraio da Fazio che in Italia non c’era alcun rischio: “in Italia il rischio è zero”, e il tweet che riprendeva quanto detto è diventato virale quando, non molti giorni dopo, ha iniziato ad affermare il contrario: che si sapeva da sempre che il virus sarebbe arrivato, procedendo con una sequela di dichiarazioni catastrofiste e che auspicavano una crescente riduzione delle libertà personali in favore del contenimento. Ultimamente ha detto che bisognerà girare con la mascherina anche dopo la riapertura, forse chissà per quanto, magari in eterno. Non bisogna estremizzare in nessun caso: dunque non va bene essere troppo pessimisti e dire che l’apocalisse è arrivata e che nulla ci salverà, ma nemmeno mi sembra sensato confidare eccessivamente nell’avvento di un farmaco miracoloso.

In questo contesto, #iostoacasa è il nuovo mantra ripetuto per cedere festosamente il testimone alla nuova biopolitica inaugurata dal corrente stato d’eccezione: le regole sono sospese, i diritti sono ritirati, perché il potere biopolitico deve esercitare la sua forza. Quando però la situazione antropologica sarà di un’esasperazione tale da non poter più essere sopportata allora, e solo allora, il potere politico potrà revocare lo stato d’eccezione, conscio del fatto che le restrizioni imposte in queste circostanze ora potranno essere collettivamente accettate non più come eccezione, ma come nuova norma.

 

Quello che preoccupa è non tanto o non solo il presente, ma il dopo. Così come le guerre hanno lasciato in eredità alla pace una serie di tecnologie nefaste, dai fili spinati alle centrali nucleari, così è molto probabile che si cercherà di continuare anche dopo l’emergenza sanitaria gli esperimenti che i governi non erano riusciti prima a realizzare: che si chiudano le università e le scuole e si facciano lezioni solo on line, che si smetta una buona volta di riunirsi e di parlare per ragioni politiche o culturali e ci si scambino soltanto messaggi digitali, che ovunque è possibile le macchine sostituiscano ogni contatto – ogni contagio – fra gli esseri umani.”

(Agamben, 17/03/2020)

 

Smettiamola di essere dei constatatori di professione e iniziamo a diventare contestatori d’ispirazione.

Tutti a dire “il mondo sta cambiando, i rapporti umani non saranno più gli stessi dopo questa crisi”, come se non fosse ovvio. Ma non c’è nessuno che alzi la capoccia e anziché accettare passivamente ciò che sembra inevitabile si chieda se è davvero inevitabile questa degenerazione, se veramente ha un senso affidarsi ciecamente alla delega acritica delle libertà personali e della salute individuale ai cosiddetti “esperti”, confidando (non si sa sulla base di quali prove) che questi siano totalmente scevri da passioni umane, conflitti di interessi o intenti disumani. E badate bene che non parlo degli operatori sanitari, anche loro inconsapevoli vittime di un apparato burocratico ben più grande di loro, resi ingranaggi depersonalizzati di un sistema che guarda solo all’operatività. Pensiamo davvero che sia la politica incompetente a imporre uno stato d’eccezione che sospende i diritti umani con la scusa del terrore che si è instillato nei confronti di una pandemia.

Nulla giustifica una privazione delle libertà personali a questo livello se non un’applicazione sistematica della biopolitica: il controllo sui corpi (intesi come Leib) è la via più diretta e immediata per la totalizzazione del potere. Il biopotere è il potere esercitato sulla vita, che passa per la riduzione del Leib a Körper, già fortemente favorita dalla progressiva direzione nichilistica che ha preso la società occidentale. Con la consapevolezza di andare verso il Nulla dunque si inaugura un Ausnahmezustand. Ed infatti Agamben stesso nota che tutto ciò è stato reso possibile solo a seguito della perdita di umanità delle masse. La paura non renderebbe così egoisti se si fosse maggiormente consapevoli, se non si fosse persa la dimensione dell’amore in favore del puro godimento fisico immediato, depersonalizzato ed oggettualizzato. Dopo decenni di mercificazione dell’individuo, di svendita delle carni e di svalutazione della dimensione del sentimento si è arrivati a plasmare un popolo di inaspriti egoisti incapaci di pensare ad un bene comune e capaci solo di preservare istericamente la dimensione del loro Ego.

 

La paura è una cattiva consigliera, ma fa apparire molte cose che si fingeva di non vedere. La prima cosa che l’ondata di panico che ha paralizzato il paese mostra con evidenza è che la nostra società non crede più in nulla se non nella nuda vita. È evidente che gli italiani sono disposti a sacrificare praticamente tutto, le condizioni normali di vita, i rapporti sociali, il lavoro, perfino le amicizie, gli affetti e le convinzioni religiose e politiche al pericolo di ammalarsi. La nuda vita – e la paura di perderla – non è qualcosa che unisce gli uomini, ma li acceca e separa. Gli altri esseri umani, come nella pestilenza descritta da Manzoni, sono ora visti soltanto come possibili untori che occorre a ogni costo evitare e da cui bisogna tenersi alla distanza almeno di un metro.”

(Agamben, 17/03/2020)

 

Più lo Stato d’eccezione (la sospensione dei diritti) viene protratto nel tempo e maggiore sarà l’accondiscendenza delle sue vittime a cedere i propri diritti in forma ufficiale quando, al riprìstino delle norme convenzionali, si dovrà ritrattare tutto e riconfigurare la sfera del diritto. Si accetterà tassativamente e senza alcuna forma di contestazione che certi diritti siano ormai “persi” definitivamente.

La giustificazione per evocare lo Stato d’eccezione deve sembrare incontestabile, altrimenti non è giustificabile. Del resto, come si può andare contro “la” scienza? Sembra però che si possa. Con la sola differenza che chi dissente, facendo notare ad esempio che un vaccino contro il coronavirus sarebbe inutile dal momento che il coronavirus, di per sé, non dà memoria immunitaria, vanificando ogni valore del vaccino, viene istantaneamente silurato da alcune voci di una comunità che si vuol far credere monolitica e pervicacemente favorevole all’idea del farmaco unico.

Così dunque, un governo che sembra malato di decretite, procede a colpi di provvedimenti micidiali che limitano di volta in volta sempre più libertà individuali. Il Leib che viene soffocato a Körper.

 

Dagli all’untore!

 

Ormai è da settimane che a Padova, la città in cui vivo, l’isteria collettiva da covid-19 è esplosa. Più passa il tempo e maggiore è la mia convinzione che la vera epidemia qui sia l’isteria e non un virus. Dopo aver incrociato un esercito di muniti di mascherine e guanti, che avrei voluto fermare uno per uno per chiedergli “dovete fare un’operazione o è un costume di carnevale?” mi dirigo al supermercato, ma mi impediscono di entrare in quanto non sono munito anch’io, come tutti, dell’armamentario da idiota. Al che non ci ho visto più. Ho tentato invano di spiegare alla commessa che la mascherina è inutile, dal momento che permette comunque il passaggio di tutti i microbi dell’universo non essendo quella filtrante (che comunque funzionerebbe solo per poche ore e dovrebbe essere continuamente sostituita), mentre l’idiozia dei guanti è oltre ogni decenza, visto e considerato che l’epidermide delle mani ha già un suo microbiota che ci difende dai patogeni, mentre usare i guanti significherebbe accumulare solo microbi sulla superficie, per poi spargerli in giro.

Non sono un untore, eppure mi sento costantemente sotto accusa da parte degli sguardi inquisitori dei mascherina-muniti che mi guardano come se avessi le pustole in faccia. Incomincia la caccia all’untore. Sebbene quelli ridicoli siano loro, intabarrati nei loro costumi da chirurgo fuori luogo, devo essere io quello evitato per strada perché non ho la mascherina. E guardando questa carnevalata di individui intabarrati nei loro costumi imbarazzanti mi è salita una strana inquietudine: a cosa condurrà tutto ciò? C’è il rischio che questa caccia all’untore venga portata alle estreme conseguenze, e che si incominci, nell’egoismo umano mosso dal terrore nichilistico di tutelare una presunta salute individuale e solitaria, a vedere il prossimo nostro esclusivamente come potenziale untore. Ogni cosa sarà scandita da un premeditato “sì va bene, ma com’è il tuo patentino sanitario?” che ha del terrificante, visto e considerato che, come l’Antropologia medica ci ha dimostrato, non esiste “la salute” ma esiste il concetto, eternamente mutevole e variabile, di sanità dal punto di vista clinico, che nulla ha a che vedere con il benessere personale, soggettivo e indeterminabile (Pizza, 2005). Una sanità oggettiva è un’ideale irraggiungibile, frutto solo di una convenzione medica, un arbitrio contestuale dettato da esigenze tecniche e ragioni storiche, la cui evoluzione nel pensiero medico è stata indagata anche da Foucault (1969).

Se dunque si vuole sovraimporre una presunta oggettività clinica ad un’intera popolazione, motivata da una divinizzata scienza (che sarebbe più opportuno chiamare tecnoscienza) resa ineffabile, ciò non può che condurre ad una burocratizzazione della salute e ad una sospensione dei diritti in relazione a tale burocratizzazione. La scienza moderna “è il supremo criterio operativo della tecnica” (Severino, 1972: 273). E questa crisi non può che portare alla medicalizzazione (nel senso antropologico del termine) di ogni aspetto della vita umana. La cura della salute personale e individuale non sarà più un diritto ed una discrezione del singolo, ma sarà delegata ad un potere altro che interverrà sulle libertà individuali a tutela di un ideale, e quel che è peggio è che la maggioranza implorerà per questa privazione dei diritti, essendo da un lato pervasa da un terrore nichilistico e dall’altro divenuta troppo ignorante ed oziosa per decidere di avere cura di sé in modo autonomo.

 

“La filosofia e la cultura moderne sono anche il tentativo, continuamente rinnovato, di eliminare l’eterno salvaguardando l’autonomia del divenire storico. Il nichilismo (cui per essenza compete di non sapersi tale) tenta così di realizzarsi nella sua forma più pura.”

(Severino, 1972: 158)

 

Cosa accade dopo? È ormai chiaro ed evidente che sarà impossibile tornare ad una situazione antecedente questa crisi, ed è altrettanto evidente che un simile periodo di stress psicologico applicato ad una popolazione non può che portare ad una maggiore accondiscendenza quando si chiederà di ritrattare. È infatti il dopo che dobbiamo temere: quando dallo stato d’eccezione bisognerà ristabilire le norme, siamo davvero sicuri che si tornerà alle vecchie norme come se nulla fosse? O piuttosto è ipotizzabile che il biopotere approfitterà di questa situazione per passare dalla sospensione di alcune norme alla cancellazione? Non tutte, ovviamente, ma la cancellazione di alcune sarà visto come un magro prezzo da pagare per potersi riappropriare delle altre.

In passato sarebbe stato ridicolo dire ad una persona che la sua libertà di uscire di casa sarebbe stata revocata in funzione di una presunta conformità a condizioni sanitarie arbitrariamente imposte. Immagino con terrore l’imposizione di una patente di libertà basata sul numero di trattamenti sanitari ai quali ci si è sottoposti. Lo stato di avanzamento sanitario è usato per confermare o revocare diritti personali.

Con questo non voglio certo dire che bisogna sottovalutare la medicina, ma certamente bisogna conoscerla. Sareste sorpresi di sapere quanti concetti medici, oggi considerati scientifici e monolitici, siano in realtà frutto di un’evoluzione di idee antiche riadattate ad un lessico moderno (Parodi, 2002), ma studiare una storia del pensiero medico, che sarebbe il minimo indispensabile prima di decidere di affidarsi ciecamente alla medicina, è un esercizio considerato da molti superficiale. In assenza dunque anche di queste premesse, non possiamo far altro che temere il virus di turno in modo passivo e acritico, accettando qualsiasi provvedimento di biopolitica, incapaci di razionalizzarlo e chiederci “ha veramente un senso tutto ciò”?

Questo virus è thaûma (il terrificante)

Non mi si fraintenda, sarei felice se si trovasse la cura miracolosa, ma sono anche costretto a rilevare come questa cieca ed acritica fede per il farmaco salvifico sia in realtà sintomo di una malattia peggiore di qualsiasi virus: il conformismo. Sapete il detto che recita “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”? Allo stesso modo inviterei alla calma in tutti i sensi.

Da un lato, anche a chi pensa che siano sbagliate o insensate, di rispettare le norme; e dall’altro, a chi crede che conformarsi acriticamente, scrivere in continuazione “state a casa” e giocare a travestirsi da allegro chirurgo anche quando si va a buttare la spazzatura, di avere un po’ più di contegno e magari di farsi crescere una dignità.

Non so quale sarà il cambiamento antropologico epocale che seguirà alla “riapertura”. Da un lato potremmo finalmente renderci conto che qualcosa di profondamente sbagliato nel nostro precedente modo di vivere deve essere abbandonato. Una società fondata su un’apparente libertà ma che imprigiona i suoi membri in una schiavitù del lavoro ed in una privazione delle soggettività. Questa clausura deve essere l’occasione per riflettere sul nostro precedente stile di vita: dove stavamo andando? Adesso che ci hanno totalmente privato delle relazioni umane ci siamo finalmente resi conto della loro importanza? Reclusi nella nostra interiorità rivaluteremo finalmente il valore delle emozioni, della soggettività e del rispetto per sé stessi? Oppure riprenderemo come prima a guardare al corpo come ad una merce da esporre e vendere, e peggioreremo invece nell’oggettificazione delle persone, negandoci la nostra stessa soggettività come la sincerità nei rapporti umani, d’amicizia e d’affetto? Spero che questa clausura forzata possa essere un monito all’umanità: una spinta per un ritorno all’apprezzamento dell’Anima (in senso hillmaniano). Ma so che non sarà così. Finora i segnali non sono stati dei migliori, e anzi sembravano a tratti ispirati dal romanzo “Cecità” del grande Saramago, oltreché “La Peste” di Albert Camus.

Questo virus è thaûma. È il terrificante manifesto, è l’incarnazione delle paure più primordiali dell’umanità. Colpisce i polmoni, leva l’ossigeno, e l’Anima è sempre stata simbolicamente rappresentata dall’aria (in greco ánemos). Questo virus viene archetipicamente idealizzato come ciò che ci toglie l’aria, ci toglie l’Anima, e noi ce la stiamo facendo togliere. L’angoscia, un timore che non ha nemmeno una direzione determinata, ha preso il sopravvento, e quando ogni notizia sembra essere sempre più catastrofica, quando si proroga di settimana in settimana la riapertura della vita normale, non si fa che aggiungere angoscia ad una lacerazione già profonda, che non si rimarginerà in poco tempo. L’unica cosa che temo in questa situazione è il timore altrui. Abbiamo già visto come i poteri nazionali abbiano approfittato, in modi diversi, di una crisi sociale di questa portata per trasformare la “sicurezza” in “controllo”: il biopotere.

Ma quello che temo ancor di più è la disumanizzazione della gente che, essendo totalmente allo sbando e privata di ogni sicurezza, non si fida più di nessuno. Le manifestazioni isteriche le vediamo già fuori dai supermercati, dove ti chiedono di intabarrarti come se dovessi entrare in un laboratorio sterile; ho addirittura visto le cassiere chiedere alla gente, già con indosso i guanti, di passarvi sopra il disinfettante, quando non addirittura disinfettare il tastierino del POS dopo l’utilizzo del cliente. Quando ti incrociano per strada ti evitano, e il contatto umano è ovviamente annullato. La paura del contagio è tale che è impossibile pensare che svanirà semplicemente quando sarà dichiarata la fine della pandemia. Non illudiamoci che un mondo di isterici come questo possa uscire indenne da un trauma simile. Per carità, io mi auguro che accada esattamente il contrario: che la gente sfrutti questo periodo di quarantena per meditare, riflettere sulle condizioni sociali in cui ha vissuto finora, e magari aspettare che tutto riapra finalmente per tornare ad abbracciarsi e ad amarsi, davvero però, con sentimento e stabilità affettiva, ponendo finalmente fine a quelle relazioni di pura convenienza che sono la morte tanto dell’amicizia quanto dell’amore, dove l’altro sparisce, o è un mero strumento per ottenere uno scopo o un piacere.

Mi si dirà che sono un disfattista (e ci può stare, io sono un po’ catastrofista), perché tutto ciò che si fa lo si fa perché lo dice “la scienza”. Ah ecco, meno male allora. La suprema ed ineffabile nuova religione nell’età della tecnica. La scienza però ha un problema, e questo problema è ben noto in epistemologia ed è sovente chiamato “cigno nero”. Riguarda l’incapacità che ha il metodo scientifico di avere una visione olistica dei fenomeni. Ciò è anche noto come problema dell’induzione: se tutti i cigni che abbiamo studiato finora sono bianchi, possiamo dedurre che tutti i cigni siano bianchi? No. Eppure la scienza è costretta a farlo finché non vede un cigno nero. Il quale però si manifesterà chissà quando per mettere in crisi i suoi dogmi. Possiamo noi aspettare sempre un errore per andare avanti nella scienza? Certe volte andare avanti ad errori non fa male a nessuno, ed aiuta ad imparare molto. Quando però bisogna prendere decisioni che hanno gravi conseguenze sul piano sociale, politico ed economico, bisognerebbe andarci più cauti, e magari non dar retta solo alla scienza.

 

Il dispositivo retorico della tecnoscienza

Da un po’ di tempo si sta parlando di attuare una censura capillare di ogni articolo, canale youtube o sito informativo che dissente dalla narrazione ufficiale circa questa pandemia. Ovviamente subito si è citata la memoria di Orwell, lo psicoreato ed il controllo sociale. Chiaramente questa situazione ha reso tutti molto paranoici, ma è indubitabile che vi siano dei gruppi che in questa vicenda stiano sviluppando pericolose ideologie autoritarie. Sebbene infatti tutti gli epistemologi concordino sul fatto che la medicina non è una scienza (Cosmacini, 2008), vi sono alcuni medici che continuano a sostenere una presunta oggettività ineffabile, e si rifanno ad una inesistente verità unica nel paradigma medico. Tutti noi assistiamo al dibattito mediatico, e ci rendiamo conto che non può esistere un’opinione certa ed inequivocabile, men che meno nella disciplina medica.

Già la stessa scienza non può pretendere una clericalizzazione, perché ciò vanificherebbe la sua pretesa di ambire alla verità. Ed invece assistiamo a scienziati che si servono di questo titolo come una volta facevano i vescovi, e lo usano per pontificare dagli studi televisivi o di casa loro le presunte verità oggettive della scienza, cosa si deve e cosa non si deve fare. E quando lo scientismo diventa religioso, al clero si accompagna anche l’inquisizione. Il dibattito viene abolito: si pretende vi sia un’opinione unica, mentre tutte le altre, indimostrabilmente dichiarate false a prescindere, devono essere censurate con la scusa (o il pretesto) che il cittadino è troppo stupido per informarsi di proprio conto e discernere, in coscienza propria, a quale opinione aderire all’interno del dibattito.

Eliminando direttamente il dibattito il movimento totalitario dello scientismo risolve il suo problema principale: il contraddittorio. Tutto ciò che dico non è una farneticazione, ma si riferisce ad una recente denuncia che è stata presentata contro alcuni scienziati che avrebbero manifestato dubbi e perplessità (come del resto numerosi altri virologi e medici) circa le misure prese per contrastare il covid-19. Nel mondo scientifico il dibattito e il diritto di dissentire esprimendo la propria opinione dovrebbe essere il requisito minimo per garantire la buona fede della comunità, e invece si preferisce credere che esista una verità unica, e che il dissentire dalla stessa, indipendentemente dal proprio status di scienziato, sia sintomo di non-scientificità.

A tal proposito mi viene in mente un famoso paradosso logico ideato dal filosofo Anthony Flew, e che qui riadattiamo alla situazione attuale. Ci sono due scienziati, entrambi qualificati allo stesso modo e con gli stessi titoli. Il primo, lo scienziato A dice: “Tutti gli scienziati la pensano come me”, ma lo scienziato B dissente “Io sono uno scienziato, eppure non la penso come te”. A questo punto la risposta di A pone in essere il paradosso: “Tutti i veri scienziati la pensano come me”, ergo “tu non sei un vero scienziato”.

Questo paradosso, che spiega la fallacia argomentativa dell’attuale scientismo autoritario che pretende di annichilire il dibattito in favore dell’adozione di una narrazione unica, è anche una dimostrazione evidente della pericolosa piega che sta prendendo questa situazione.

La tecnica ci salverà? Tutti adesso invocano la terapia miracolosa. Il terrore della fine è pari solo a quello di dover scontare una malattia, e ci si rivolge al supremo Dio del nostro mondo nichilista: la tecnica. Abbiamo detto che l’immagine del nulla prefigura l’angoscia del nichilismo nell’essere umano: “ci si angoscia di fronte al niente. Pensando per la prima volta il niente come opposizione infinita all’essere — e dunque pensando per la prima volta la distruzione come annientamento — la filosofia greca porta alla luce la forma tipica dell’angoscia dell’Occidente: l’angoscia per il proprio annientamento” (Severino, 1992: 35). Tuttavia, questa angoscia è in un certo senso un’autodistruzione che volevamo invocare: evocando il Nulla, anche la fine del convocatore è stata prefigurata, così arriva la tecnica in soccorso, fornendo un pallido palliativo alla crisi dell’essere lì che nulla prefigura. La tecnica propone la salvezza dal nulla della morte, mentre si dice che il divenire sia una legge di natura, è anche ammesso che la tecnica possa sopraffare questa natura e superare il Nulla.

Sembra incoerente che la scienza, mentre neghi l’assoluto, si fregi del dono dell’ipse dixit che la fama popolare gli ha gentilmente concesso permettendogli di inviare i suoi turiferari a sentenziare ex cathedra ciò che deve e ciò che non deve essere fatto “per la scienza”. La scienza annichilisce le opinioni e le libertà individuali imponendosi, guidata dallo spirito della tecnica, a livello socio-politico come nuovo ed unico valore universale e luogo delle decisioni. Una decisione sociale non dev’essere più conforme ai princìpi di libertà del singolo. Se la scienza lo richiede, la libertà si può anche sospendere.

Il fine della tecnica giustifica qualsiasi mezzo.

La medicina moderna ad esempio, sta andando sempre più verso una forma impositiva che nega il principio del voluntas ægroti, per cui se un presunto dovere superiore de “la medicina”, reificata a volontà unica che parla da una sola voce (avendo al contempo contrastato ogni forma di tradizione medica difforme dall’ufficialità), impone di sospendere i diritti del cittadino in funzione di un trattamento sanitario obbligatorio, allora ciò può essere fatto. L’unica volontà che la tecnica accetta è la volontà di potenza: poter essere quella forza che porta all’incremento indefinito di realizzare scopi, indipendentemente da qualsiasi principio etico o morale. Alla tecnica non si può dire di non fare qualcosa, perché la tecnica farà tutto ciò che è possibile fare, giacché non è mossa da alcuna motivazione non è nemmeno ostacolata da alcun valore (Severino, 1992: 53).

 Va bene, stiamo a casa, rispettiamo le regole, ma soprattutto non perdiamo la calma, cerchiamo di guardare obiettivamente a questa situazione e non lasciamo che la crisi diventi la scusa per un mutamento antropologico che procede verso la disumanizzazione: guardate sempre in modo critico a chi propone un’imposizione del volere della tecnica sulle esigenze dell’essere umano. Mi auguro di poter abbracciarvi veramente, e non solo in senso metaforico.

 

V per Virus

Il mio film preferito è quel capolavoro di “V per Vendetta”. Pura poesia in forma cinematografica di cui non butterei via una sola scena.

Seppur si tratta di una distopia che speriamo rimanga tale (lo diciamo subito per evitare che mi si accusi del solito catastrofismo), possiamo trarre dalla sua trama degli insegnamenti e delle riflessioni di enorme interesse per il nostro tempo attuale.

Il film si ambienta in un ipotetico futuro in cui diversi Stati del mondo hanno attraversato un periodo di instabilità politica. In particolare, nel Regno Unito è al potere un partito nazionalista che ha instaurato un regime totalitario fortemente repressivo e persecutorio verso una serie di minoranze (omosessuali, neri e minoranze religiose).

Come sia salito al potere è molto interessante: a seguito di esperimenti che lo avevano portato a scoprire una micidiale arma biologica, il partito decide di scatenare un’epidemia. Il panico del contagio e l’alta mortalità causata dalla diffusione del patogeno che era stato liberato in punti nevralgici del paese, aumenta la crisi e l’instabilità politica. Quando però il paese è allo stremo ed il partito ha ottenuto il monopolio della politica, finalmente viene scoperta la cura miracolosa da parte di aziende farmaceutiche ovviamente legate ai membri più importanti del partito.

 

«Ma il risultato finale, la vera genialità del piano, fu la paura… la paura diventò lo strumento ultimo del governo e con esso il nostro politico fu alla fine eletto con la nuova carica appositamente creata di Alto Cancelliere. Il resto, come si suol dire, è storia.»

(V nei panni di William Rookwood nel film)

 

Il film ha due protagonisti: V che è un reduce dagli esperimenti umani che hanno portato allo sviluppo del patogeno e che si è dato come missione quella di sovvertire l’attuale regime. L’altra protagonista, Evey, è una ragazza normale che per puro caso viene catapultata nei piani di V, e col tempo finisce per appoggiarlo quando scopre le intime motivazioni che muovono la sua sete di vendetta.

Questa riflessione non vuole fare paragoni improponibili né prevedere una situazione simile in Europa, ma certamente è possibile fare delle riflessioni tutt’altro che insensate, tra l’attuale stato di eccezione e la forma estrema con cui il film ha rappresentato una crisi sanitaria.

Ciò che ci interessa dire è che una situazione di panico incontrollato non è mai un buon segno. Il modo in cui le persone stanno gestendo questa crisi sanitaria è ben lontano dalla lucidità. Non solo gli italiani, ma tutto il mondo sembra dominato dal panico. E quando il panico prende il sopravvento si produce instabilità, dalla quale un potere può sempre trarre un vantaggio. Non si tratta di riunirsi in una stanza buia e di elaborare un complotto. I meccanismi della biopolitica sono la naturale fisiologia di una società che concentra il potere nelle mani di pochi per gestirsi, e questo era già stato descritto da un sociologo brillante come Foucault. Non è affatto inusuale che in situazioni di crisi la politica accentri su di sé il potere, questo è l’ovvio. Ciò che mi preoccupa è come la popolazione reagisce a questo accentramento di potere, e quanto sarà disposta a cedere anche dopo la crisi.

Finora mi sono limitato a mostrare le mie preoccupazioni verso il mutamento antropologico che questa crisi sanitaria ha innescato. Una sempre maggiore chiusura, una ipermedicalizzazione delle vite, un terrore immotivato che proseguirà anche dopo l’emergenza sanitaria, e che ci porta a desiderare di andare in giro con guanti e mascherine, che ci fa disgustare il contatto umano, la spontaneità e la soggettività. Procederà inesorabile verso la riduzione degli umani in numeri e codici di un sistema che non distinguerà più le loro soggettività ed estremizzerà dei meccanismi di asservimento all’ideologia tecnico-procedurale che rende i protagonisti della vita una serie di automi che ragionano solo come funzionari di apparato, perché lo spazio per le loro soggettività è esaurito.

Il potere politico dovrebbe tutelare la società da questo inesorabile oblio verso la tecnica, ma sarà troppo affascinato dal potere, dal biopotere, che avrà guadagnato a seguito della crisi. Penserà che è giusto sacrificare la libertà in nome della “sicurezza”, e dunque sarà naturalmente portata ad imporre un controllo sulle vite, in antropologia si direbbe sui “corpi”, dei singoli, in nome del benessere collettivo e sociale.

La chiave di tutto questo caso è la paura.

La paura trascina nel caos, e chi è nel caos implora sicurezza, dando anche la disponibilità a scambiare i suoi diritti in nome di una rassicurante promessa di tranquillità. Adesso non ci rendiamo conto di quanto sia pericoloso lasciarsi guidare dal panico, temere la pandemia, temere il contagio, temere l’altro perché “untore”, lasciarci andare ad una crisi igienista ossessivo-compulsiva atta ad una disinfezione irraggiungibile. Non c’è più il buon senso che faccia da mediatore tra un estremismo eccessivamente disinteressato (e mosso solo dall’autoritarismo dell’ipse dixit) ed un panico ossessivo e paranoico. Li vedo gli occhi della gente per strada quando vado a fare la spesa, vedo come reagiscono i commessi nei supermercati quando entra qualcuno senza mascherina, trattandolo come se avesse del tritolo addosso pronto a farsi esplodere.

Vedo come il vostro ironizzare in realtà serve ad esorcizzare e a metabolizzare una situazione paradossale, ridicola e folle, ma che si vuole accettare, perché si pensa che non si possa fare altrimenti, mentre invece basterebbe fermarsi un attimo, tranquillizzarsi, informarsi, meditare ed agire con consapevolezza, né rifiutando né accettando a priori, ma rifiutando ciò che è inaccettabile ed accettare ciò che è giusto nei limiti del considerevole buon senso.

Ciò che certamente non è buon senso è questo panico dilagante, che porta ad un radicalizzarsi e ad un estremizzarsi della follia. Prenderei sonoramente a schiaffi, ad esempio, quelli che continuano ossessivamente a scrivere ovunque, quasi mossi da automatismo psicologico, “state a casa”, o quelli che addirittura sentono il bisogno di dirlo dalla finestra a chi, evidentemente, a casa non ci vuole stare. Ho visto gente addirittura aggredita, nei casi più estremi, verbalmente o addirittura fisicamente, perché era “fuori” o senza la mascherina (come se crescessero sugli alberi, tra l’altro). Attenti a non perdere la testa. Non si è mai troppo cauti o pessimisti. Al massimo ci si preoccupa per nulla, nella peggiore delle ipotesi invece si indovina, ma in ogni caso la preoccupazione non è mai sprecata. Un panico immotivato e disinformato invece è sempre un regalo che si fa alla biopolitica, la quale non agisce con uno schema necessariamente premeditato, ma è una forza di controllo insita come rischio in ogni società complessa, pronta ad esplodere quando le condizioni le sono favorevoli. Essere all’oscuro di questo significa spalancarle le porte.

Se posso consigliare un bel film da vedere durante la quarantena, che sia proprio V per Vendetta, ma vi avverto: bisogna vederlo almeno tre volte con attenzione per capire le numerose implicazioni e la splendida poesia che si celano in quest’opera. Io mi commuovo diverse volte ad ogni visione.

 

Federico Divino

Antropologo della salute mentale e saggista. Ho conseguito la magistrale magna cum laude in “Antropologia Culturale, Etnologia, Etnolinguistica” con una tesi in Etnopsichiatria.

 

 

 

 

 

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Autore dell'articolo: GG

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